sabato, aprile 30, 2011

Campo profughi AIDA - Cisgiordania

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Ci sono 5.500 persone che vivono in un'area di 3-4 km quadrati, il 60% di costoro sono bambini dai 0 ai 17 anni. Quando i palestinesi giunsero in quel territorio, in fuga dalla pulizia etnica messe in atto dagli israeliani, una signora offrì loro le terre in cui oggi vivono. Gestiva un caffè e si chiamava AIDA. A lei è dedicato il campo.

C0'è una scuola in quel campo, ospita 1400 studenti. 
Il sistema elettrico da quelle parti è messo così male che se in tre decidono di accendere lo scaldabagno salta la corrente a tutti.L'acqua vi arriva un giorno solo ogni due (2) settimane.Viene gestita dagli israeliani e gli abitanti di quel campo si affidano al loro "buon cuore".

Correre, la riunione

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Arrivarono infine.Il pueblo era un agglomerato di poche case. Basse abitazioni di mattoni con tetti in lamiera. . Niente elettricità, niente acqua, niente bagni. Minuscoli appezzamenti di terra spuntavano tra una baracca e l’altra. Vi crescevano, in mezzo al mais, fragili piantine di fagioli rampicanti e grosse zucche arancioni. Un cane scheletrico l’annusò scodinzolando pigramente. Lo guardò con disgusto. Quel cane rognoso era pieno di zecche e piaghe. Alcune galline razzolavano là intorno, un maialino grufolava dentro ad un recinto di pietra. Frotte di bambini scalzi le corsero incontro. Ninos allegri e festosi. Pelle bruna, quasi olivastra, statura piccola, capelli neri. Un po’ in disparte alcune ragazzine un po’ più grandi. Sulla schiena, avvolti dentro un telo di stoffa annodato sul petto, neonati con la pelle scurita dal sole. Già madri, senza esserlo davvero.

venerdì, aprile 29, 2011

Notizie dal Subcomandante Marcos

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COMUNICADO DEL COMITÉ CLANDESTINO REVOLUCIONARIO INDÍGENA-COMANDANCIA GENERAL DEL EJÉRCITO ZAPATISTA DE LIBERACIÓN NACIONAL.
MÉXICO.

ABRIL DEL 2011.
“Un habitante de Los Pinos contempla un atroz crimen,
Se desentiende por un año,
Cambia de puesto a los muebles que
Juegan a ministros y funcionarios
Y se refugia en culpable silencio,
El descastado, en su afán de conservar
La silla que lo monta.

¿Qué le daremos Daré?
Y nuestro niño médico de almas prescribe:
Un corsé de dignidad que la espalda le enderece,
Gotas de verdad para los ojos,
Tabletas de honradez (pero que no se las meta en los bolsillos),
Inyecciones de dignidad que no se compra con dinero
Y el reposo absoluto de sus corruptos hábitos.

Aíslenlo, su enfermedad es contagiosa”.
Juan Carlos Mijangos Noh.
(Fragmento de “49 Globos”,
en memoria de l@s 49 niñ@s muert@s en la Guardería ABC de Hermosillo, Sonora).
AL PUEBLO DE MÉXICO:
A LOS PUEBLOS DEL MUNDO:
A LOS ADHERENTES A LA SEXTA DECLARACIÓN DE LA SELVA LACANDONA Y LA OTRA CAMPAÑA EN MÉXICO:
A LOS ADHERENTES A LA ZEZTA INTERNACIONAL:

Correre, il villaggio

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Aveva temuto che le avrebbe rovesciato addosso una serie ininterrotta di imprecazioni e urla. Invece no. La rabbia fredda con cui l’aveva affrontata l’aveva scossa più di quanto lo sarebbe stata se le avesse gridato contro. Era rimasta in silenzio mentre lo vedeva allontanarsi e poi sparire nella giungla. In fretta aveva indossato abiti puliti, sparpagliando intorno a sé oggetti, fogli, cosmetici, biancheria. Aveva raccolto freneticamente il contenuto della sacca, gettando

giovedì, aprile 28, 2011

NebbiaeKiller- 1

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Si voltò dall'altra parte, disturbato da quel rumore puntuale come tutte le mattine. Immaginò il corpo di sua moglie alzarsi nel chiarore dell'alba. Quel giorno non avrebbe portato nulla di nuovo.Strinse gli occhi più forte. Maledisse quel rumore. Voleva tornare ai suoi sogni nel buio immaginario dove tutto si formava secondo i suoi desideri. Che cazzo si poteva aspettare. Le solite cose. Intanto l'assenza del discutere, di qualcuno, umano,

Correre, il sentiero

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Una che voleva fare il bagno pensando di stare in piscina. Questo gli era capitato. 
- Io vado, quando hai finito segui il sentiero davanti a te. 
Le urlò con gusto queste parole sapendo già, in cuor suo, che avrebbe rallentato il passo.
Raccolse le sue cose e si incamminò senza attendere oltre.
Il sentiero non era battuto da tempo, questo aveva fatto crescere la vegetazione che rendeva il tragitto più faticoso all'apparenza.

La nebbia era andata via,

martedì, aprile 26, 2011

Correre, la partenza

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Il sole con i suoi raggi filtrò dagli alberi. Non era caldo e la luce intorno aveva la colorazione del rosa, quel momento che precede una giornata tersa ed afosa.
La guardò uscire dal sacco a pelo.Era già diversa e l'aria era quella di una messa sotto da un trattore. Le si avvicinò con un bastone in mano.
- Segui queste regole, risparmieremo tempo.Quando fai i tuoi bisogni batti il terreno intorno con questo bastone, ti eviterà visite sgradite da parte di serpenti e roba così. Cerca di metterci poco tempo in quelle cose, ti risparmierai le formiche. Qui arrivano subito se c'è da mangiare. In fondo al sentiero c'è un lago, lì ti puoi lavare. Spezza in  due una canna di bambù, sfila un filo ed usalo per pulirti i  denti tra gli interstizi. L'interno nella parte più morbida lo puoi usare per lavarti i denti se non hai dentifricio.Non perdere troppo tempo a lavarti il viso, lo sporco filtra i raggi del sole ed evita che tu ti possa scottare. Magari se ci metti un po' di fango sul muso e sulle braccia eviti anche le punture di zanzara.Quando arriveremo, tra 4 o 5 ore, potrai lavarti e mangiare. La prossima volta la cioccolata conservala per il mattino, dà energia e mangiarla prima di dormire qui è uno spreco e non serve ad un cazzo.Prendi queste zollette di zucchero e scioglile nell'acqua, è tutto quello che c'è per la colazione. 
A due cose devi fare attenzione, la prima che non ti marciscano i piedi. Quindi lavateli sempre  e viaggia con calze pulite ed asciutte. La seconda, fa in modo che non ti marciscano i denti. Qui non ci sono dentisti per curarti.
Per finire, butta via quello che è inutile e pesante tipo quaderni, libri e roba simile. Avrai tempo per scrivere e leggere. Qui devi pensare a camminare. 
Bene, ora io vado a lavarmi e fare le mie cose. Tornerò tra dieci minuti, poi tocca a te. Mentre aspetti prepara il bagaglio. Si parte subito, appena ti sei ripulita.
Si voltò ed andò via lasciandola lì, con le braccia distese lungo i fianchi e con l'aria furibonda.
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Piegò il sacco a pelo borbottando. Dieci minuti sono una eternità per chi ha certe urgenze. E poi quel tono odioso con cui le si rivolgeva. Non aveva mai sopportato gli ordini. Mai. – Non sono venuta fin qua per essere trattata in questo modo – si lamentò a voce alta. Le rispose il ciangottare beffardo di un pappagallo a cui si unirono in coro altri uccelli. Nel giro di pochi secondi l’aria fu invasa da urla, fischi e richiami. Spazientita attese il ritorno del suo compagno, poi si avviò a sua volta. Si mosse con circospezione, attenta a dove metteva i piedi. L’accenno ai serpenti l’aveva agghiacciata. Nutriva una profonda avversione verso quegli esseri freddi e striscianti così come aborriva ragni e ratti di cui la giungla era piena. Tastò il terreno e frugò tra ogni cespuglio con il nodoso bastone, i sensi all’erta, pronta a scattare all’occorrenza. Infine trovò un posto che le sembrò adatto. Smosse le foglie. Una nuvola di fastidiosissimi mosquitos la indussero ad una strategica ritirata. Imprecò. Non l’avrebbe retta ancora a lungo. Infine si decise. Si accovacciò e liberò la vescica ormai dolorante. Una lunga colonna di formiche si diresse verso di lei. Sbucavano da un grosso formicaio seminascosto dall’erba e marciavano in lunghe file ordinate. Si rivestì in un battibaleno. Aveva sentito di formiche che pungevano e mordevano iniettando nel malcapitato un veleno molto potente. Non aveva voglia di verificarlo sulla propria persona. Si diresse verso il lago. –Avrei bisogno di una doccia calda – realizzò. Ma aveva rinunciato alle comodità di un viaggio organizzato per gettarsi a capofitto in una avventura senza senso. – Incosciente, ecco cosa sono! – si rimproverò. Imboccò un sentiero di terra battuta e si diresse verso il lago. Un odore stagnante, di muffa e foglie marce, le ferì le narici. All’improvviso lo vide e restò senza fiato. Un grosso bacino verde smeraldo, con gradazioni tendenti al turchese. Grosse felci sfioravano l’acqua, orchidee dai colori cangianti si adagiavano delicatamente sulla superficie del lago, riparandosi all’ombra proiettata dai rami di grossi alberi di cui non seppe individuare il nome. Si incantò nella visione di quel panorama, totalmente assorbita dai colori di quella natura selvaggia. Un fischio prolungato la riscosse dai suoi pensieri. Era ora di tornare all’accampamento e di riprendere il viaggio. Decise di prendersi altro tempo. – In fondo, cosa vuoi che siano pochi minuti!- si disse. Immerse i piedi nell’acqua. Era gelida. Trattenne il fiato e avanzò decisa ad immergersi. Un urlo alle sue spalle la fece sobbalzare. Era il suo compagno ed aveva un’espressione che non prometteva nulla di buono!


lunedì, aprile 25, 2011

Vamos a Gaza!

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VAMOS A GAZA!



Después del asesinato de Vittorio Arrigoni una amplia asamblea de diferentes activistas en Roma el día 21 de Abril acordó una firme necesidad y un amplio consenso de ir a Gaza. La decisión tomada en dicha asamblea quiere empezar este proceso mediante el intercambio de los siguientes puntos:



- Queremos ir a Gaza a través del paso fronterizo de Rafah con todos y todas que en el mundo quieren gritar en voz alta lo que Vittorio solía decir: "Seguimos siendo humanos!” Queremos que la frontera con el Egipto de la era post Mubarak se convierta en un cruce que rompa el asedio que desde demasiado tiempo sufre la población de Gaza.



- Queremos ser en Gaza el 15 de Mayo, día del primer mes de aniversario de la muerte de Vittorio y, también , día de la Nakba. Día en el cual miles de jóvenes palestinos quieren volver a las calles para exigir el fin de la ocupación y pedir una nueva unidad que ponga un fin concreto y real a la división interna de la Autoridad Palestina.



Queremos ir a Gaza por diferentes razones:

25 Aprile ed antifascismo

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I nipoti dei fascisti si rifanno vivi quando si arriva al 25 Aprile. Oltre alle solite bravate da superuomini come quelle messe in campo in Lombardia (bruciare qualche stele commemorativa) si danno da fare con sproloqui del tipo: "non c'era una parte giusta in cui combattere", oppure "i partigiani non sono eroi, molti di loro banditi".

Ecco, io credo che  a questa spazzatura un pò di soddisfazione bisogna darla. I partigiani non volevano essere eroi. Volevano semplicemente liberare il proprio paese mettendo in gioco la loro pelle. Loro lo hanno fatto, tantissimi no. Erano anche banditi, sicuramente. Come lo sono tutti coloro i quali in condizioni estreme lottano per liberarsi da un sistema che aveva ridotto l'Italia con le pezze al culo.
Quel tipo di banditi che ci piacciono tanto.

domenica, aprile 24, 2011

Correre, la notte

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Assaggiò quello che aveva messo a bollire. Ci voleva un po' di stomaco, ma meglio di niente. Prese la sua parte mangiando direttamente nella scodella in cui aveva cucinato quell'intruglio. Raccolse il resto e si avviò verso di lei.
- Questo è per te, ti consiglio di metterlo nello stomaco. E' meglio di quel pezzo di cioccolato che stai masticando. Io vado a dormire, quando hai finito buttaci un po' di terra nel pentolino, lo laverò al fiume io domani mattina.

Si voltò ed andò via incurante della sua reazione.
Si tolse solo la camicia e la maglietta che arrotolò e mise come un cuscino sotto la testa.Guardò in alto. La nebbia copriva quasi tutto ormai, il cielo era nascosto così come le cime degli alberi. Le scimmie e gli uccelli iniziarono i loro canti. Il fuoco rischiarava lo spazio intorno. Avvertì qualche brivido, faceva freddo a quell'altitudine.
Ricordò i racconti sulle azioni dell'esercito in quelle zone. Di come rastrellavano la gente e la spingevano fuori da quel territorio.Il lavoro sporco dei paramilitari, i tanti morti.
Cosa poteva cambiare lui in quella situazione?
Niente. Eppure non sono i discorsi pomposi che ti spingono, nel suo caso l'idea d'invecchiare senza nerbo aveva giocato un ruolo fondamentale. Non voleva arrendersi al tempo, al passare i giorni in modo disilluso voltandosi continuamente indietro, con l'illusione di rivedere quei volti. Gente che non c'era più. 

E poi, e poi suo figlio. Quel ragazzo che cresceva tra cose, simboli e valori che lo stavano modificando in qualcosa che lui non avrebbe mai voluto vedere. L'ennesima sconfitta nella sua vita.
Un testimone da lasciare a qualcuno quel suo viaggio, un modo di vivere e guardare le cose che non poteva lasciare solo ai racconti.Bisognava agire, cercare un pretesto e gli ultimi sulla faccia della terra. Quel tipo di persone con cui si era trovato sempre bene.Andare lì ed affondare le mani nella melma, scrutando e sconfiggendo la paura. Quella roba che gli aveva reso la vita prudente.

Ora era lì, le gocce dell'umidità iniziarono a bagnare il terreno intorno. I profumi dell'erba si accentuarono. Avrebbe voluto affondarci la faccia.
Mancava mezza giornata di cammino al villaggio. La gente era lì in attesa. Avrebbe diviso con loro le poche cose, ascoltato i loro racconti, interposto il suo corpo se necessario tra loro e gli  altri. Quelli con i mitra.
Si era chiesto se in realtà non fosse alla ricerca della morte. Di un pretesto per porre fine ai suoi giorni. Pensieri che con lui non c'entravano nulla. Voleva vivere. Eccome se voleva vivere.

Quella donna in tutto questo stonava, il suo viso, la sua bellezza lo infastidivano.Una complicazione.
Lentamente il sonno arrivò, con quella dolcezza che trasforma il torpore in qualcosa d'indefinibile. L'ultima cosa che sentì prima di addormentarsi fu lei che si infilava nel suo sacco a pelo. Regisrtò il rumore lontano e pensò solo al momento del risveglio.

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Un universo di suoni sconosciuti accolse il suo risveglio. Spalancò gli occhi smarrita. Ci volle qualche minuto prima di realizzare di essere in mezzo alla giungla con un perfetto sconosciuto. Restò immobile nel sacco a pelo cercando di ricucire tra loro i frammenti di un ricordo che le appariva sfocato. La bocca impastata la ricondusse al momento in cui aveva mangiato l’intruglio amaro che il tipo le aveva offerto. Aveva esitato un attimo. Quella poltiglia di colore indefinito aveva un aspetto e un odore rivoltanti. Ma l’educazione aveva prevalso sul disgusto. Si era costretta a ingoiare quella brodaglia. Ondate di nausea l’avevano assalita imperlandole la fronte di sudore. Ma aveva fame e freddo e quel pasto caldo l’avrebbe aiutata a superare le fatiche del giorno ritemprandola. - Un cucchiaio dopo l’altro – si era esortata – come se fosse una medicina!
Assonnata si era infilata nel sacco a pelo senza spogliarsi. Non ne aveva avuto la forza. Era piombata in un sonno agitato, tormentato dagli incubi. Rabbrividì mentre le immagini le tornavano lentamente in mente. Ricordò gli idoli dal volto di pietra che la fissavano tra nuvole di incenso. Un caleidoscopio di terrificanti maschere cerimoniali vi si era sovrapposto. Nenie lamentose accompagnavano le danze di indios seminudi. Donne piangevano strappandosi i capelli, bambini scappavano, uomini gridavano. Una lingua sconosciuta, suoni gutturali che lei non capiva. Colpi di mitraglia, esplosioni. Gemiti, lamenti, urla. Odore di sangue e di morte. Scacciò il ricordo di quei sogni con una certa fatica. Aveva sentito parlare della magia di quella terra tormentata, ma non voleva che si impadronisse di lei.
Alzarsi fu un problema. Si sentiva anchilosata. Ogni movimento le procurava una fitta di sofferenza. Frugò nello zaino alla ricerca di uno specchietto. Quello che vide non le piacque. La pelle era arrossata, gli occhi avevano un vistoso contorno violaceo, i capelli erano ridotti ad una massa intricata. – Devo rendermi presentabile – pensò – e devo anche fare pipì. Avvertì l’urgenza di soddisfare il suo bisogno fisiologico. Ma come poteva chiederlo al suo compagno di viaggio?


Correre, l'accampamento

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La nebbia li avvolse in un abbraccio umido. La coltre lattiginosa inghiottì repentinamente le cime degli alberi, si insinuò tra il fogliame fitto, cinse i rami più bassi. Il cuore cominciò a batterle furiosamente nel petto. La nebbia l’accerchiava, avvolgendola in un sudario caldo che la opprimeva. Non scorgeva nulla. Solo la macchia colorata della camicia del suo compagno. Suoni ovattati, fruscii, scricchiolii ad inquietarla. Le vennero in mente dei versi, reminiscenze lontane : - Nascondi le cose lontane,tu nebbia impalpabile e scialba,tu fumo che ancora rampolli, su l'alba….-

Era questo che stava cercando di fare? Tenere lontano il passato? Aveva circoscritto il suo mondo in un presente sicuro, protetto dalla vita. Una prigione dorata che la riparava e la nascondeva. E poi…e poi, l’inquietudine ed il malessere si erano impadroniti delle sue certezze, avevano ingigantito le sue paure, l’avevano trascinata in un vuoto fatto di nulla. 

Un fischio sommesso la fece trasalire, riportandola alla realtà. – Siamo arrivati – annunciò l’uomo – attenta a dove metti i piedi -



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Liberò il sacco a pelo dal suo involucro, cercò un pò di foglie di palma su cui stenderlo. Preparò il suo giaciglio con cura. Scavò un perimetro di qualche cm. con un pezzo di ramo; adagiò, incrociandole, le foglie di palma. Sopra ci mise il telo che copriva il sacco a pelo che vi stese sopra, alla fine.

Pensò a cercare della vegetazione asciutta e dei piccoli rametti secchi. Raccolse delle pietre e le dispose in cerchio, come a costruire un piccolo focolare. La notte con la sua umidità iniziava a farsi sentire. Non c'era più molto tempo e doveva fare in fretta. Il rischio era quello di rimanere svegli, al freddo ed in balia degli animali.
Sfregò con tutte e due le mani un ramo su un piccolo tronco in cui aveva fatto un'incisione. Mise dell'alcool, che portava in una piccola fiasca appesa al fianco, su una foglia. Alle prime scintille soffiò su quel barlume di fiamma. Vi passò sopra la foglia che prese fuoco.
Ripeté l'operazione altre quattro volte.

Quando i fuochi furono pronti si occupò di lei.
- fai la stessa cosa con il tuo sacco a pelo. Se vuoi puoi metterlo dentro questo rettangolo di terreno. Il fuoco terrà lontani gli animali. Finché rimarrà acceso.

Non sopportava l'idea di renderle semplice quel momento. Avrebbe voluto vederla in affanno, spaventata. gente così ti fa perdere tempo, ti allontana dal percorso il più delle volte. Se va bene dilata il tuo tempo riempendolo di cose inutili. Non amava i convenevoli, preferiva un linguaggio fatto di poche cose, sintetico, ma in grado di andare al punto. E quella non era il tipo.
Il suo viaggio in quella zona del Mexico sarebbe stato difficile, complicato e pericoloso. L'idea di una compagna di viaggio di quel tipo non gli piaceva per nulla.

- sono prevenuto, ho pregiudizi, non sopporto queste persone. Ci ho passato una parte della mia vita, ora non ho più tempo. Cazzo mi ha seguito a fare? 
Pensava queste cose mentre si allontanava dall'accampamento in cerca dell'acqua.
Lungo il cammino raccolse radici, bacche ed erba. Avrebbe mangiato quello bollendole nell'acqua,  già pensava alla sua reazione.

Aveva l'abitudine di portare poche cose nei suoi spostamenti. Come dormire,mangiare,bere,ripararsi dalla pioggia ed orientarsi. Le cinque cose fondamentali che impari se frequenti la montagna.
La montagna, quel posto che ti costringe a faticare. sempre.
Un luogo che non perdona, che ti accompagna con i suoi paesaggi ed i suoi silenzi nel percorso. Bello ed infido. In quel paese poi era qualcosa di inimmaginabile.

Il viaggio lo avrebbe portato nel pueblo, tra gli indios Ch'ol. In una zona controllata dall'EZLN. Lì lo aspettavano i suoi amici, e quello sarebbe stato solo l'inizio. Adrenalina e libertà. Un punto di non ritorno. Una percorso che non ammetteva tentennamenti. Per lui, ma lei? Una buona madre di famiglia in viaggio, in fuga per un attimo. Pronta e ritornare alle sue cose. Al niente per lui.


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Lo guardò mentre si affannava a preparare un giaciglio per la notte. Esausta per la lunga marcia si era appollaiata su una roccia, le braccia abbandonate lungo il corpo in segno di resa. Dolori lancinanti le percorrevano la schiena e si propagavano lungo i muscoli indolenziti. Allentò i lacci degli scarponcini e massaggiò le caviglie doloranti. Lui accese il fuoco. Gesti essenziali, misurati, concreti. La fiamma illuminò il buio intorno a loro. Si sentì all’improvviso a disagio. La corsa prima, il buio e la nebbia dopo, l’avevano riparata dal suo sguardo. Non le aveva chiesto nulla quando lei  si era proposta come compagna di viaggio, né le aveva impedito di seguirlo. L’aveva solo soppesata con una sorta di sufficienza che lei aveva trovato irritante. Le si rivolse bruscamente, scuotendole i nervi. – Ma chi crede di essere? – pensò. Soffocò l’indignazione, ricacciando indietro le parole che le erano salite alla bocca. Aveva bisogno di lui se voleva intraprendere quel viaggio. E lei lo voleva. Non sapeva ancora perché la ricerca di se stessa passasse attraverso l’esplorazione di quella terra, ma l’avrebbe scoperto prima o poi. 

Con scarne e asciutte parole la istruì sul da farsi. Fu un’impresa liberare il sacco a pelo dall’involucro in cui era riposto. Armeggiò a lungo mentre lui sogghignava. Vi riuscì solo dopo molti tentativi. – Non sono fatta per questa vita – constatò di nuovo. 
Una fitta allo stomaco le ricordò che non aveva mangiato quasi nulla da quando erano partiti. Guardò speranzosa verso il fuoco. Qualcosa stava bollendo in un minuscolo pentolino. Aveva un odore acre e penetrante, ma in quel momento avrebbe mangiato di tutto. Con disappunto, lo vide accoccolarsi vicino al fuoco e mangiare direttamente dal recipiente, senza invitarla a condividere il pasto. Frugò nella sacca e vi trovò una barretta di cioccolato. Era più di quanto avesse sperato. Un po’ di dolcezza le avrebbe infuso quel coraggio che sembrava venirle meno.




sabato, aprile 23, 2011

Correre,pensieri

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L’oscurità sopraggiunse senza alcun preavviso. La cosa l’inquietava. Il mondo intorno era una cacofonia di suoni e voci che si rincorrevano. Rabbrividì allungando il passo. Questa volta non si sarebbe lasciata distanziare. - Non qui, con gli spiriti di generazioni di Lacandòn a farmi compagnia- scherzò tra sé. Conosceva molte delle leggende che attraversavano quei luoghi. Ogni pietra, ogni albero raccontava di storie antiche sfociate nella eternità del mito. Guardò le stelle accendersi, una dopo l’altra. Lo spettacolo del cielo stellato le tolse il fiato. Mai l’aveva visto così blu, mai così luminoso. Individuò il Grande Carro. Prolungò lo sguardo fino a scorgere la Stella Polare, l’astro più luminoso dell'Orsa Minore. Il suo compagno rallentò il passo lasciandole il tempo di assorbire l’emozione del momento. Apprezzò quella gentilezza inattesa.

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Correva lungo il sentiero con un passo diverso. Era nervoso, quella presenza lo metteva a disagio. Era abituato alla solitudine, in verità riusciva a stare da solo anche in mezzo alla folla.Scostante ed irascibile.
Non sopportava quel tipo di persone. "i prototipi", così li chiamava. Li evitava come i serpenti, lo infastidivano. Non era mai riuscito a fare un discorso con quel tipo di persone. Figuriamoci con "quella". 

Avvertiva il terreno farsi più morbido, i sassi lasciavano spazio ad un manto erboso. Era così da quelle parti. Spalancò le  narici, assorbì i profumi intensi, ascoltò i rumori. Guardò in alto e vide il cielo puntellato di luci. Sorrise tra sé. Come si poteva reagire ad uno spettacolo del genere senza esserci abituati?
Puoi avere tutto, poi ti accorgi in certi luoghi che non hai nulla.
Scrutò il terreno davanti a sé in cerca di un posto in cui fermarsi. L'idea di quella compagnia lo spaventava. Di cosa poteva parlare con lei? Del suo passato? Del presente? Un presente fatto di nulla per quel tipo di persone.
Si sentiva libero, era da tanto che non provava quella sensazione. 
Come puoi spiegare la libertà? In nessun modo. E' fatta di scelte, di movimento, di adrenalina. La puoi vivere solo mettendoti in gioco. Ma devi avere un motivo, un percorso. Al contrario accontentati del tuo modo del cazzo di vivere. Stanziale e senza slanci
Pensava queste cose come il prologo di un discorso da fare.
Lui aveva un posto in cui andare, persone con cui condividere la sua scelta radicale. E lei? Per quale motivo lo seguiva?
Vide il posto, era perfetto. Il passo cambiò, iniziò a camminare, perlustrò il terreno e si sedette in attesa di lei.

venerdì, aprile 22, 2011

Correre, il risveglio

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ll tempo sembrò fermarsi. Immobile lasciò che lo sguardo vagasse sul lussureggiante intreccio della macchia arborea. La luce del giorno che moriva regalava riflessi cangianti alla giungla che si stendeva a perdita d’occhio davanti a loro. Riconobbe la macchia rosso scuro dei caoba e dei cedri, gli alti e flessuosi chicozapote, gli alberi della gomma sul cui tronco si sovrapponevano le ferite delle ripetute incisioni, i piccoli sapote dai frutti dolci e succulenti, gli alti ceiba a cui la mitologia messicana aveva affidato un ruolo sacrale. – Tierras calientes – mormorò rapita.

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La bocca impastata, formicolio alle gambe. Prime sensazioni del risveglio. La difficoltà nel mettere a fuoco l'ambiente circostante, si stropicciò gli occhi.
Il freddo dell'immobilità.
Si stirò spingendo le braccia davanti a sè, intrecciò le mani, provò a riprendere il controllo del corpo ancora intorpidito e distante.

Ebbe subito la sensazione di non essere solo in quel luogo, si voltò e la vide.
Il sole stava andando via, i colori graduavano verso il nero della notte offrendo tonalità e sfumature calde.
Stava di spalle, accucciata ed assorta. Immersa in quel paesaggio.
Si chiese il perché di quella presenza. La ricordava per come l'aveva vista l'unica volta che si erano incontrati. L'ordine dei suoi capelli neri, la cura dei dettagli, la forma del suo corpo nascosto ma evidente a lui. Le mani affusolate, e le unghia laccate. Gli occhi neri, il sorriso.Ricordava ancora il suo tocco ed il suo calore, quello dell'unico abbraccio.
Scacciò il ricordo. Altra gente ed altra vita. Cose distanti e mai amate.

Ora era lì, l'ordine non c'era più. I capelli scompigliati, la pelle del viso rossa per l'aria ed il sole, l'affanno che si intravedeva dal modo in cui respirava. Eppure era più bella. Così.
La bellezza, un canone a cui non aveva mai dato importanza. Però lei era anche bella. Ma distante.
-cosa ci fai qui?
Pensò a questa domanda ma lasciò perdere. A che serviva? L'unica spiegazione poteva essere la curiosità per uno come lui, forse neanche quella.
La noia, ecco proprio la noia poteva spingerla su quel sentiero.

Un bel problema una così in quel posto.
Doveva riprendere la corsa, giungere in prossimità del primo lago. Cercare l'acqua ed accendere il fuoco. Aveva con sè solo il sacco a pelo. Pensava a come raggiungere il villaggio, i suoi amici. E quella presenza era un ingombro.

Intorno tutto sfumava, gli animali iniziarono a farsi sentire nella selva. Era ancora distante ma la vita lì era prepotente, debordante nei rumori ed in tutto ciò che gli si offriva alla vista.
Avrebbe mai potuto raccontarlo un posto così?
Fu in quel momento, mentre si preparava per partire, che lei si voltò. Sorrise e lo salutò.

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Si era sentita osservata, ma era rimasta immobile. Lo aveva sentito muoversi mentre radunava lo scarno bagaglio. In silenzio, senza una parola. Si spostava senza quasi far rumore. In fretta e con sicurezza. Sbirciò nella sua direzione, non volendo essere la prima a parlare. Ancora le bruciava l’essere stata abbandonata a se stessa. Alla fine capitolò. Confezionò uno dei suoi migliori sorrisi e si girò. – Dormito bene? – chiese. 

Cercò di sostenere il suo sguardo ostentando una sicurezza che non provava. Lui la guardò con occhi penetranti. – Pronta a ripartire? – le domandò infine. Non attese la risposta. Caricò sulle spalle il sacco a pelo, lo sistemò bene sulla schiena e si avviò. Stizzita, lei prese la voluminosa sacca che costituiva il suo bagaglio e tentò di sollevarla. Il peso la fece barcollare all’indietro. Lo vide guardarla con la coda degli occhi e sorridere sornione. Scuotendo la testa tornò indietro, le sistemò la sacca e riprese il cammino. La marcia fu interminabile oltre che faticosa.

giovedì, aprile 21, 2011

Correre, l'incontro

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Si chiese, per l’ennesima volta, perché fosse là, così lontana dalla sua vita abituale. – Un altro mondo – sbuffò. Non aveva la risposta nemmeno questa volta. Era da tempo che non sapeva rispondersi. – Forse perché non mi pongo le domande giuste – concluse. Indispettita riprese la corsa. Avampiede, tallone…avampiede, tallone… trovò infine l’andatura giusta e i pensieri molesti svanirono, assorbiti dal ritmo della corsa. Avvertì il pendio farsi più dolce. Sbucò in una radura e lo vide, disteso sull’erba, il viso rivolto alla carezza del sole, gli occhi chiusi. Si avvicinò col fiato ancora grosso, pronta al litigio. Lui dormiva, completamente abbandonato al sonno. Disarmata gli si sedette accanto e restò a guardare l’orizzonte che si tingeva di rosso.

mercoledì, aprile 20, 2011

Correre, la sosta.

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Il torpore avvolse i suoi sensi lentamente. Sentiva venire meno la percezione delle cose. La mente si proiettò in una dimensione in cui il dolore fisico si diradava. La sensibilità del tatto, dell'olfatto e dell'udito avvolti in una coperta.  Tutto veniva avvertito distante.Gli occhi chiusi come una barriera alle sollecitazioni della luce.I pensieri svanirono, i rumori diventarono una dolce nenia in grado di addormentarlo.
Ebbe la sensazione di elevarsi rispetto al terreno. Stava bene in quel tunnel fatto di niente con il paesaggio immobile intorno; l'erba  il suo profumo in attesa del suo risveglio.
Viaggiava così verso il sogno. Il suo cervello si muoveva elaborando immagini, le sue palpebre iniziarono a muoversi freneticamente, qualche movimento del corpo, la ricerca di una posizione più comoda.
I volti si accavallarono improvvisi,con loro immagini confuse e colori solo percepiti, indefinibili.
Mentre lui dormiva  la vita scorreva come sempre, la polvere alzata dai suoi piedi si era già depositata, i sassi calpestati avevano assunto un nuovo ordine.
Il tutto senza che lui avvertisse nulla.
Il cielo fu attraversato da qualche nube scura, il sole lentamente si  coprì, il suo calore attenuato.
Si rannicchiò in posizione fetale, avvolse il suo corpo in un abbraccio stringendo le braccia al petto, reclinò la testa mentre qualche goccia di pioggia iniziò a scorrergli addosso. Avvertì  un brivido, il suono ovattato di voci concitate.
Socchiuse gli occhi rimanendo immobile, in quel modo lo colse il risveglio.

-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------Correre.


 Non era abituata a farlo. Non in quel modo perlomeno. Una corsa a perdifiato, le tempie pulsanti, il respiro corto che diventò un rantolo affannato. Polvere, sudore, graffi sulle gambe e sulle braccia laddove i rovi erano più alti e fitti. All’improvviso la discesa. Si fermò un attimo, esitante sul ciglio. Avrebbe voluto fermarsi là, accasciarsi a terra e restare in attesa , indugiando al sole fino a far placare il rombo nella sua testa. Ma non poteva restare indietro. Non voleva. Riprese la corsa, cercando con lo sguardo il passaggio meno irto. Avanzava con più cautela ora, attenta a dove posava i piedi. Una pietra rotolò giù trascinandosi dietro una cascata di terra polverosa. Tossì e sputò, lacrimando copiosamente. - Non sono fatta per questa vita – pensò sconsolata. 
Si sentì sconfitta guardando scomparire la macchia colorata della camicia del suo compagno di viaggio . Quell’uomo sembrava non avvertire la fatica. Aveva corso senza fermarsi mai, senza voltarsi, incurante della distanza che si frapponeva fra loro.

martedì, aprile 19, 2011

L'uomo cane e la fedeltà

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Si dice che il cane sia l'amico più fedele dell'uomo. Ora, il concetto di fedeltà è una cosa che mi irrita. Presuppone, al fondo, l'incapacità di vivere un rapporto con l'animosità necessaria affinché sia un rapporto fertile. Nella fedeltà c'è pigrizia, c'è la difficoltà a mettersi sullo stesso piano.

Ed i cani sono fedeli. Così dicono. 
I cani, in quanto animali, hanno però delle scusanti. Loro non vivono questo loro particolare modo di essere  in modo cerebrale. Non ci ragionano sopra. Magari sono disposti a tornare dal padrone anche se questo gli molla un calcio sui coglioni.

La tragedia è quando s'incontra l'uomo cane.
Si quella specie di barboncino che uno si porta dietro se necessario alleviare il senso di solitudine. Non è un amico,  si badi bene, è solo uno che ha subito qualche trauma incofessabile e che sente la necessità di superare la cosa attacandosi quanto più possibile alla causa dei suoi mali.
http://www.youtube.com/watch?v=mT6cjziaO8M
Lo incontrate sul lavoro, quello che scodinzola dietro il suo capo un passo indietro con la faccia assorta.
Nelle relazioni sociali, quello che gira come una trottola e che torna sempre (fedele) dal suo padrone e poi cic e ciac perché sia mai che non faccia il riassunto di quello che vi siete detti.
L'uomo cane scodinzola. Presente la corte dei berlusconiani? Oppure quella roba indefinibile che accompagna uomini e donne di potere?
L'uomo cane lecca il culo, ed infatti la sua lingua è una cosa mostruosa.
L'uomo cane non si fa i cazzi suoi perché sente la necessità di rendersi utile, si mette nel mezzo con l'intenzione di proteggere il suo padrone. Sempre.
L'uomo cane è sempre presente.Se il suo padrone è nei paraggi, naturalmente.In quel caso ti manda i suoi saluti 10 volte al giorno, ti sfracella le palle con le moine.
L'uomo cane è un problema. Quando esagera capita che costui trovi l'uomo lupo. E quello non perdona.


A furia di leccare qualcosa sulla lingua rimane sempre. 
Ennio Flaiano
Nella fedeltà ci sono componenti di pigrizia, di paura, di calcolo, di tolleranza, di stanchezza e, qualche rara volta, di fedeltà.
Etienne ReyDell'amore, 1925



lunedì, aprile 18, 2011

Le facce

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Riesce difficile parlare di Vik, di quelli che come lui hanno speso la loro vita per una causa. Ieri ho partecipato alla commemorazione di Miccichè. Un operaio di 25 anni che nel 1975 fu ucciso a Torino, durante un'occupazione di case, da una guardia giurata.
Un colpo di pistola tra gli occhi e la sua vita finì.

Quello che mi imbarazza è leggere il modo in cui la vita di questi compagni viene usata. Hanno un comune denominatore, durante la loro vita fanno fatica a farsi ascoltare, le loro azioni vengono viste come quelle di isolati estremisti, fanatici. Quando fai puntano il ditino su di te. Ti giudicano, scrivono frasi vaporose che cercano di rompere quell'immagine di cavaliere solitario ed errante. Ti prendono per il culo.

E' evidente che non parlo di chi con loro condivide ideali, modalità di lotta e (con tutti i limiti) si applica nella propria vita cercando in qualche modo di essere coerente con principi ed orizzonti ideali.

Parlo di quelli che accendono il lumino, che se ne accorgono quando è ormai troppo tardi. 
Nell'esercizio di comunicare le proprie emozioni facebook è uno strumento incredibile. Ho visto gente cambiare la propria immagine mettendo quella di Vik per celebrarlo. E' durato un giorno nel migliore dei casi.Poi si torna alla faccina gioconda, alle tette, alla crema solare ed alle minchiate. Altri scrivere cose improbabili accartocciandosi dietro a questioni geoglobali. Improbabili perché scritte da personaggi da cui Vik ed i compagni sono distanti. Eppure a loro tutto serve, anche i nostri morti.

Ieri qualche centinaio di ragazzi ha scortato altri ragazzi a Ventimiglia. Testimoniavano la libertà. Quella che appartiene a quel diritto oggi non codificato che è quello di potersi muovere liberamente. Ovunque. Indipendentemente da frontiere e fili spinati.
A quella razza di persone appartiene Vik ed appartiene Tonino Miccichè. Gli altri erano in spiaggia o a farsi i cazzi loro.

Per questo tipo di persone  ho una sola preghiera, togliete i lumini, le immagini retoriche e vivete la vita per come siete. Se avete il culo di pietra sarà difficile che il viso di un altro vi restituisca dignità.
Oppure fate un pò di ginnastica mentale ed unitevi a quei ragazzi. Altro da fare non c'è.


http://www.youtube.com/watch?v=SY-BIPfEQ7o&feature=related

sabato, aprile 16, 2011

Correre, la discesa

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La discesa, si preparò ad affrontarla concentrandosi, sapeva che un passo falso poteva voler dire cadere, irrigidì i muscoli, cercò di scacciare i pensieri, cambiò postura e si avviò, il sole, la polvere, il sudore, la fatica, si sentiva bene, non vedeva tracce di erba, solo sassi, correva veloce, come a scacciare fantasmi, ricordò le parole, le sensazioni, come aveva deciso, quel giorno camminando per strada, nella sua città, tra gente sconosciuta, i marciapiedi pieni di folla, neanche uno sguardo a sfiorarlo,l'indifferenza, le vetrine e le luci, la merce abbondante, i sorrisi stereotipati, i semafori a regolare il flusso, non quello dei pensieri, quello della gente, la gente, i loro movimenti, la lentezza e la frenesia, poi si accorse di lei, la vide di sfuggita, diversa, calda, sconosciuta, distante, era da tanto che cercava, e la vide lì, tra la folla, tra le sue cose, la seguì, gli piaceva come si muoveva, la leggerezza dei suoi gesti, i capelli sciolti, ne immaginò il profumo, era tanto che non provava quella cosa, cercò di avvicinarsi, era vicina, qualcuno le prese la mano, la allontanò, per sempre, si fermò, immobile tra la folla, capì, nulla più in quei luoghi gli era concesso, sentiva il bisogno di innamorarsi di nuovo, forse, non era sicuro, troppo vecchio per quello, ma avvertiva un vuoto, un dolore gli attraversò quella parte impalpabile di sé, gli occhi si riempirono di lacrime, pensò a casa, a quello che c'era, voglia di andare, mettere distanza tra tutto quello e se stesso, mentre correva tutto tornava, non c'era più niente di ciò che era stato, bisognava trovare altri luoghi, altri spazi, non voleva morire così, degradando nei ricordi, nei pensieri, nell'oblio del fare nulla, la discesa lo costrinse a riprendere il controllo di sé, dei suoi pensieri, era stanco, avvertiva il bisogno di fermarsi, scorse uno spiazzo, vi si diresse, in quel paesaggio brullo una macchia di verde, vi arrivò, si chinò e sfiorò la terra con la mano, era calda, c'era erba, si sdraiò, ne avvertì il profumo, come se qualcuno l'avesse appena tagliata, il sole gli colpì il volto, chiuse gli occhi e si addormentò.

venerdì, aprile 15, 2011

Il mio viaggio nelle immagini che ho scattato

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Vittorio Arrigoni ed i testimoni scomodi

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Vittorio e' morto. Vivi la tua vita intensamente, come in una pellicola cinematografica le emozioni si alternano. In sala gli spettatori ti osservano mangiando il loro pacchetto di popcorn.Ogni tanto fanno "Oohhh". Partecipano emotivamente, si asciugano una lacrima. Poi tornano alle loro cose. Ai loro sorrisi ed alla loro vita. Tu sai che per quanto ti sforzi non potranno mai capire la differenza tra esserci e stare ai margini come spettatori. 

Poi la pellicola finisce, il nastro velocemente si riavvolge, qualcuno lo rimette sullo scaffale, e qualcuno  lo riprenderà per capire. E tu rivivrai.

Vittorio e' morto, e non posso non pensare a chi rimane. Ma non a voi.Piango e penso a chi porto nel mio cuore.Gente anonima, testimone di fatti che con l'incoscienza dell'essere giovani stanno li', sporcandosi le mani, dalla parte giusta. Ce ne sono, cazzo se ce ne sono. Scrivono documenti incredibili su esperienze di vita per molti incomprensibili. Passano il tempo occupando le strade con contadini e gente del popolo, senza niente altro che la loro presenza. Lo fanno perché pensano che cosi' potranno proteggere quei deboli, testimoniare al mondo l'infamia del potere. E sono fragili. Maledettamente fragili e soli.

Vittorio e' morto, faceva parte di quella schiera di eletti, poca gente. Radicali nelle loro espressioni, gente che non si accontenta, gente che s'infiamma perché la passione è una brutta bestia. Ti fa prendere scorciatoie andando subito al punto nelle questioni.Ti fa capire velocemente e velocemente vivi, perché il tempo che hai non è molto. Lo devi spendere bene, e non c'e' tanta gente disposta a seguirti. Ci vuole coraggio, vivi accompagnato dalla paura ma non lo dici.

Vittorio era mio fratello, uno con cui ho scambiato frasi sul suo blog. Uno che avevo "amico" virtuale. Bello come una giornata tersa e fresca. Immenso.
Mi costa fatica,piango. Penso a lui e penso a loro. Quelli che in angoli di mondo con il loro zaino percorrono sentieri, scrivono testimonianze che pochi leggeranno, che si siederanno affianco di contadini, pastori,pescatori e povera gente. Li rappresenteranno e saranno la loro unica voce. L'ho capito tardi, ma c'è tempo per recuperare.

questa una delle sue tante testimonianze:

Vittorio Arrigoni, Gaza, January 8 2011

“Prendi dei gattini, dei teneri micetti e mettili dentro una scatola” mi dice Jamal, chirurgo dell’ospedale Al Shifa, il principale di Gaza, mentre un infermiere pone per terra dinnanzi a noi proprio un paio di scatoloni di cartone, coperti di chiazze di sangue. “Sigilla la scatola, quindi con tutto il tuo peso e la tua forza saltaci sopra sino a quando senti scricchiolare gli ossicini, e l’ultimo miagolio soffocato.” Fisso gli scatoloni attonito, il dottore continua “Cerca ora di immaginare cosa accadrebbe subito dopo la diffusione di una scena del genere, la reazione giustamente sdegnata dell’opinione pubblica mondiale, le denunce delle organizzazioni animaliste…” il dottore continua il suo racconto e io non riesco a spostare un attimo gli occhi da quelle scatole poggiate dinnanzi ai miei piedi. “Israele ha rinchiuso centinaia di civili in una scuola come in una scatola, decine di bambini, e poi la schiacciata con tutto il peso delle sue bombe. E quale sono state le reazioni nel mondo? Quasi nulla. Tanto valeva nascere animali, piuttosto che palestinesi, saremmo stati più tutelati.”

A questo punto il dottore si china verso una scatola, e me la scoperchia dinnanzi. Dentro ci sono contenuti gli arti mutilati, braccia e gambe, dal ginocchio in giù o interi femori, amputati ai feriti provenienti dalla scuola delle Nazioni Unite Al Fakhura di Jabalia, più di cinquanta finora le vittime. Fingo una telefonata urgente, mi congedo da Jamal, in realtà mi dirigo verso i servizi igienici, mi piego in due e vomito.

Vittorio Arrigoni, Gaza

giovedì, aprile 14, 2011

Liberate Vittorio Arrigoni

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Correre

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Inizio' a correre lungo il sentiero guardando fisso davanti a se', l'erba bassa gli toccava le caviglie, i sassi gli pungevano la pianta dei piedi, pensava al suo passato ed a quanto fosse distante in quel luogo, pensava alle sue azioni, a come aveva vissuto fino ad allora, la corsa era leggera, il paesaggio intorno colorato da una luce lieve che il sole del primo mattino faceva trasparente, la rugiada  ogni tanto  sfiorava   i suoi polpacci, le prime gocce di sudore iniziarono a imperlargli la fronte, ansimava, ma non sentiva dolore nei polmoni, il ritmo dei suoi passi con il procedere diventava sempre piu' armonioso, guardo' di lato, gli animali che incrociava lo guardavano stupiti, lui solo in quel luogo, ripercorse con la mente gli ultimi giorni, a come aveva preso quella decisione, accelero' il passo, senti' la fatica, il dolore nel costato ma guardo' ancora davanti a se', la liberta' costava fatica e non faceva sconti, un  groppo alla gola improvviso lo proietto' in un vuoto fatto di ricordi e malinconia, poteva piangere, degluti' e si fece forza, la corsa era fluida, i suoi muscoli caldi, le braccia accompagnavano i suoi movimenti, gli sarebbe piaciuto volare, ma era piantato a terra, in quel luogo, da cui si allontanava correndo, il tempo dell'amore era finito, l'addio era arrivato improvviso, rivide le ombre dei suoi amici, le case, il cemento e le strade, riprovo' il brivido del freddo dell'inverno passato, il sole inizio' a scaldargli il corpo, un tepore meraviglioso lo avvolse e lo accompagno' nel suo percorso, il paesaggio divento' arido, il sentiero ripido, l'erba spari', tutto era diverso,  il cielo divento' piu' terso, lui arrivo' in cima, il paesaggio assunse i contorni di una terra piena di laghi, punto' in quella direzione, una nuova vita, e non si guardo' indietro mentre  cercava di spingere al fondo del cuore i rimpianti.

mercoledì, aprile 13, 2011

Xanica- Oaxaca, Mexico

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Questo il lavoro svolto dai compagni del nodo solidale, ho avuto la fortuna ed il privilegio di conoscerli e li porto nel cuore.


INTRODUZIONE
I collettivi europei Nodo Solidale (Roma), il Collettivo Zapatista “Marisol” (Lugano) e Nomads di XM24 (Bologna),
che formano la PIRATA (Plataforma Internacionalista por la Resistencia y la Autogestión Tejiendo Autonomías) ,
hanno organizzato una Brigata di osservazione sulle violazioni dei diritti indigeni nella comunità di Santiago
Xanica, Oaxaca, alla quale hanno partecipato anche un'attivista francese e una dello Stato Spagnolo.
La Brigata ha visitato il Municipio e i suoi dintorni, da lunedì 14 al successivo 21 marzo 2011, raccogliendo voci e
immagini delle persone che stanno subendo le suddette violazioni. Il lavoro si è svolto intervistando gli/le
integranti dell'organizzazione locale Comitato di Difesa dei Diritti Indigeni (CODEDI)
1
 ed alcuni abitanti,
esaminando documenti e attraverso riunioni di genere con le donne.
I/le partecipanti alla Brigata fanno parte del movimento sociale ed il lavoro è stato redatto in maniera collettiva ed
orizzontale come compagni/e e non come “professionisti” dei Diritti Umani. Tuttavia le informazioni sono state
ordinate e raccolte con lo spirito di raccontare la verità in maniera diretta, oggettiva e condivisa con la gente del
luogo.

Qui il resto del documento

martedì, aprile 12, 2011

Narcos

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Mazatlan e' una citta' con un quartiere coloniale bellissimo, da tempo e' abitata da canadesi e yankee che vengono qui a svernare. 
Ha una spiaggia lunga 25 km., un paio di isole di fronte, delfini e balene che transitano al largo. L'ho frequentata per giorni, sono andato a dormire in un quartiere un po' cosi' e li' ho vissuto giornate "intense".

Al mattino il sole non ammette che tu poltrisca nel letto, e' forte, caldo e mette addosso voglia di muoversi. C'è l'abitudine di vendere i giornali con lo strillone che, in pratica, ti fa l'elenco delle notizie piu' importanti. E qui sono per lo piu' notizie di morte.

L'esercito pattuglia la citta' costantemente, cosi' fa la polizia federale, quella comunale e quelli addetti alla prevenzione del crimine. Li vedi girare sulle loro camionette scoperte, con le mitragliatrici sul tetto ed i mitra nella tua direzione. La pretesa e' quella di rassicurarti, la voglia che ti viene è di scappare via.

Quando sono sceso, un giorno, per il consueto tragitto alla ricerca di un "collettivo" ho beccato qualche macchina posteggiata in modo strano. Mi sono avvicinato ed i buchi sulle fiancate cosi' come il sangue all'interno hanno spiegato meglio del giornale quello che era successo la sera prima.

Spettacolo impressionante, ma mai come quello dei 15 corpi decapitati trovati sulla spiaggia ad Acapulco il 19 gennaio di quest'anno. Mercoledi' scorso nella stessa citta' un gruppo di persone armate ha mandato a fuoco un centro commerciale, e' arrivato l'esercito ed alla fine tre sono rimasti sul terreno. Due teste senza corpo sono state trovate da un'altra parte mentre nello stesso stato (Guerrero) sei poliziotti venivano uccisi in un agguato, tutto nello stesso giorno.

Il giorno in cui sono partito da Mazatlan i vari regolamenti di conti hanno fatto 17 morti. Un'intera famiglia sterminata e buttata in un canale, cinque ragazzi rapiti al pomeriggio e fatti ritrovare avvolti in sacchi di plastica, sette in un pueblo sulla sierra. 
In quest'ultimo posto l'azione e' stata di tipo militare ed il commando era composto da circa 40 elementi. Prima di intervenire l'esercito e la polizia federale hanno dovuto organizzare una colonna che li garantisse da eventuali agguati.

Il presidente del Mexico ha detto che il suo paese e' impegnato in una guerra senza tregua e che la situazione va migliorando, ha sciorinato dati sui flussi turistici mostrando ottimismo sul corso degli eventi.

Parlando di quanti muoiono in scontri a fuoco, vittime innocenti capitate nel posto sbagliato, lo stesso presidente ha detto che si tratta di danni collaterali e che come tali devono essere giudicati. Durante  un'intervista televisiva uno dei generali, impegnato in questa guerra, ha raccontato come lui ed i suoi uomini non stiano a perdere tempo con  i sospettati . "Li uccidiamo e basta"
Negli ultimi cinque anni le statistiche raccontano di 40.000 morti solo per questi fatti. Le stesse statistiche non contemplano un altro genere di violenza, quella che si consuma in altro modo sulle donne. Uno dei pochi settimanali che si occupa di questo e' PROCESO, in un recente articolo tratta di questo tema e lo fa non risparmiando dati e fotografie. In una di queste cio' che e' successo a Gabriela Muniz uccisa dopo essere stata torturata e lasciata penzolare seminuda dal cavalcavia di una strada. 



Il Mexico, con i suoi paesaggi fantastici e le spiagge lunghe km lungo le quali puoi passeggiare senza incontrare anima viva.
Un posto da sogno che si e' trasformato in un inferno per tanta gente.
Ho chiesto le ragioni di tutto questo ad Alvarez              un delegato sindacale dello SME, il sindacato che da quasi due anni occupa con una tendopoli la piazza di fronte al parlamento Mexicano per protestare contro il licenziamento di 45.000 lavoratori del settore e la privatizzazione dell'azienda.

" Una volta la droga transitava da qui dalla Colombia e raggiungeva gli Stati Uniti. Oggi i cartelli non si occupano piu' solo della distribuzione ma anche della produzione"
"Come è accaduto?" gli chiedo
"Oggi un contadino non ha interesse a produrre quello che produceva una volta, il latifondo e le grandi aziende vincono la guerra dei prezzi, impongono le loro politiche e scelgono quello che devi coltivare. 
Questo passaggio ha fatto si' che i signori della droga avessero mano libera nel proporre un tipo di coltivazione che rende molto di piu'. Questo spiega anche la ferocia di certe azioni, specie nella sierra"

Parlando della stessa cosa Warren Campbell, un americano che vive a San Blas, mi ha detto " Gli USA durante la seconda guerra mondiale imposero ai mexicani di rendere disponibile una parte delle coltivazioni per produrre quanto necessario per fare la morfina. L'occupazione del triangolo d'oro da parte dei giapponesi li aveva messi in crisi e loro ne avevano bisogno per curare i loro soldati.

Penso per un attimo al corso degli eventi, alle trasformazioni che avvengono ed all'impatto che hanno sul corpo di una nazione. Alla cecita' della politica ed alla pretesa dell'economia di pensare ad altro che non alle conseguenze dirette ed indirette del proprio sviluppo.
Penso a questa gente, a come ci tengono a fermi sapere che non era cosi' un po' di tempo fa. A come soffrono. Penso anche all'assenza di notizie su questi fatti, alla volonta' di spiegare gli eventi.
Penso a quanto sara' dura uscire da questa situazione in questo sistema e con questi valori.

nota: foto dell'autore (per l'uso chiedere prima)

Saviano....ma vai a cagare, va'

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http://www.youtube.com/watch?v=RweqkHM0VVw&feature=player_embedded#at=170

domenica, aprile 10, 2011

venerdì, aprile 08, 2011

Lavoratori stagionali e vite che non valgono nulla nel mercato delle braccia

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Salgo sul pullman assonnato, la sveglia mi ha buttato giu' dal letto nonostante la resistenza di buona parte del mio corpo.
A Tepic il tempo è fresco, il cielo azzurro e decine di poliziotti armati fino ai denti si muovono per la citta'.

Vado al fondo e mi siedo vicino ad un tipo con una bandana verde in testa, un paio di occhiali neri ed il corpo tatuato in lungo ed in largo.

"Mucho gusto hermano, mi nombre y Mario"  - " Mi placer, Nestor"

Insieme a lui una decina di persone occupano i posti davanti a noi.
Sono giovani ed anziani.

" Da dove arrivi?" 
" Da Ermosillo, siamo lavoratori stagionali e torniamo a casa"

"Ella ha ganado mucho dinero?
" No, non abbiamo guadagnato nulla, il padrone ci ha cacciati"

Lo guardo interdetto, lui alza i suoi occhiali sulla fronte mi fissa ed inizia il suo racconto.

" Siamo arrivati nella tenuta di Ermosillo di sera, si chiama vignedos 2000. Ci hanno alloggiati in una specie di serra enorme, all'interno centinaia di cuccette. Di queste serre ne ho contate tre e noi eravamo circa 3.000 lavoratori. Ci hanno dato una scheda magnetica, quando andavamo a mangiare la davamo al tipo della mensa che con quella registrava cosa avevamo consumato. Al mattino presto ci caricavano su camion con dei rimorchi scoperti, di quelli che usano per portare gli animali. Stavamo in piedi e si viaggiava per piu' di mezzora prima di arrivare nel posto da cui iniziare la raccolta dell'uva.Dovevi, entro la fine della giornata, aver finito di raccogliere tutta l'uva dai filari che ti avevano assegnato. Si lavorava dal levare del sole fino al calare.Quelli che lavoravano con me arrivano da tutto il centroamerica e da altri stati del Mexico: Chiapas, Oaxaca, stati del nord. Gente che come noi non ha un lavoro stabile e che vive spostandosi da un posto all'altro.
Quando e' venuto il momento di essere pagati ci hanno detto che non ci dovevano nulla, non avevamo finito di raccogliere tutto quello che ci era stato assegnato, ci hanno fatto il conto di quello che avevamo mangiato e ci hanno chiesto i soldi. Non abbiamo piu' nulla e la tanica d'acqua che vedi e' l'unica cosa che ci siamo potuti permettere.
 Un paio di noi hanno protestato, ci hanno scortati fuori dal campo dei tipi armati e ci hanno detto di non farci piu' vedere"


I suoi compagni ascoltano e scuotono la testa, uno di loro mi dice che in tre mancano all'appello e non sanno piu' nulla di loro.
Alla prima sosta il piu' anziano tira fuori una cinepresa e li' scorrono le immagini di cio' che ho ascoltato.



Provo angoscia ed osservo questa gente, il biglietto per tornare a casa gli e' stato pagato dall'alcade locale. Non hanno soldi per il cibo e l'acqua e' quasi alla fine. Insieme a loro mi dirigo verso un banchetto in cui ci rifocilliamo con tacos e quesadillas. Siamo amici in men che non si dica, ognuno di loro mi propone la sua storia, il suo racconto di vita. Migliaia di km percorsi, la frontiera per entrare negli stati uniti attraversata piu' volte a rischio della vita. I tanti che non riescono piu' a tornare e quelli che ci lasciano la vita.


Lo scorso anno fu trovata una fossa comune con il corpo di 72 migranti, i narcos li avevano uccisi con un colpo alla testa. Dopo aver trattato il prezzo di un passaggio oltre il confine, presi i soldi, li avevano eliminati. Ieri in otto fosse comuni ne hanno trovati 58.


Il Salvador ha denunciato, dall'inizio dell'anno, la morte di 25 suoi lavoratori transfrontalieri ed il ferimento di piu' di 250. Il Guatemala presenta numeri della sparizione e della morte dei suoi emigranti nell'ordine delle migliaia ogni anno.


Quando ero a Morelia un gruppo di cittadini blocco' la strada, protestavano per la sparizione di una decina di loro parenti che, in viaggio per la zona caraibica, erano spariti. Gente di cui non si sa piu' nulla.
In Mexico si puo' essere rapiti anche solo per un giorno, chiedono il riscatto alla tua famiglia ed il ritorno non e' scontato. Di quella gente si sono perse le tracce ed in molti pensano che possano essere merce di scambio tra narcos e potere politico.


La gente, o meglio quelle braccia sono merce di scambio. Hanno quasi nessun valore. Molte volte tornano a casa senza niente ma felici per essere ancora visi, in altri casi di loro non si sa piu' nulla. Que viva Mexico il cortile di casa dello zio Sam.